Attività antropiche ed elementi di degrado
Fino alla metà degli anni ’50 il lago era ancora caratterizzato da un ampio bacino imbrifero e da un efficiente e complesso sistema di controllo dei livelli dell’acqua (sostanzialmente invariato dal XII secolo) che consentiva di mantenere il livello del lago circa costante, salvo che nei mesi di Luglio ed Agosto, in cui gran parte del bacino veniva asciugato per consentire la raccolta delle erbe palustri, molto usate per la fabbricazione di stuoie, impagliature e cannicciati.
Come conseguenza di questo regime idrico, circa un terzo della superficie era occupata da sfagnete che coprivano gli aggallati galleggianti su acque perenni, mentre il resto del bacino era sommerso da 50-100 cm d’acqua per la maggior parte dell’anno ed occupato da una rigogliosa vegetazione caratterizzata da grandi erbacee perenni come i carici e la felce reale (Osmunda regalis).
I terreni circostanti più bassi, soggetti a frequenti allagamenti, erano coltivati a prato, mentre quelli più elevati, mai sommersi, erano tenuti a seminativo (semplice od arborato).
Gli importanti cambiamenti avvenuti nel tessuto sociale ed economico della zona (graduale scomparsa dell’agricoltura, della pesca e dell’artigianato, sviluppo dell’industria, frammentazione delle proprietà, ecc.) hanno provocato un completo disinteresse dei proprietari per il lago che è rimasto per anni esposto ad una serie di azioni fortemente nocive come:
- asportazione sistematica di gran parte degli sfagni (usati da piccoli vivaisti locali per vasetteria)
- parziale prosciugamento e riempimento con terra ed inerti provenienti da cantieri del circondario.
La costruzione dell’autostrada ed il suo successivo ampliamento peggiorarono drammaticamente la situazione, tagliando in due l’aria palustre che fu parzialmente colmata con i materiali di risulta dello scavo delle gallerie di Serravalle.
Ciò causò una contrazione pari a circa il 10% del Lago, alterò la circolazione locale delle acque ed instaurò una situazione cronica di inquinamento chimico, luminoso e sonoro.
Nello stesso periodo è andato distrutto il complesso sistema di alimentazione d’acqua del lago che nei secoli gli aveva consentito di sopravvivere, malgrado i cambiamenti avvenuti nel territorio circostante.
Ciò ha causato una situazione di cronica carenza idrica, oggi aggravata dalla riduzione di piovosità dovuta all’effetto serra.
Seguì la costruzione dell’area industriale di Altopascio, immediatamente a ridosso dell'area protetta, con evidenti danni al paesaggio ed alla struttura dell’ecosistema lacustre per gli inquinamenti chimico, luminoso e acustico ancor più gravi di quelli provocati dall’autostrada a cui si è aggiunto l’inquinamento dai campi agricoli circostanti con colture intensive quali il mais e quelle vivaistiche.
L’inquinamento chimico ha influenzato negativamente la qualità dell’acqua causandone l’intorbidamento per la comparsa del fenomeno di eutrofizzazione, dovuto ad un aumento dei nutrienti nell’acqua che favorisce lo sviluppo delle alghe planctoniche, riducendo la penetrazione della luce e gli scambi gassosi. Ciò uccide le piante sommerse impoverendo di ossigeno il fondo del lago che diviene asfittico.
L’ecosistema palustre così entra in crisi ponendo a rischio di estinzione le specie per cui Sibolla è unico.
In questi ultimi anni però quello che più di tutto ha nuociuto al lago è stato il suo quasi completo prosciugamento che ha provocato l’invasione delle fanerofite (alberi e cespugli) e, soprattutto, la perdita quasi completa degli aggallati che, rimasti appoggiati sul fondo umido del lago, hanno subito un processo di decomposizione, rendendo così i suoli particolarmente idonei allo sviluppo delle specie legnose.
Nel 1998, anno di istituzione della riserva, il bacino imbrifero risultava drasticamente ridotto: le opere idrauliche erano scomparse o fatiscenti, determinando una fluttuazione dei livelli fra momenti di piena e di magra di più di due metri, riducendo a superfici minime le acque pemanenti.
La maggior parte del lago restava asciutta per più di 6 mesi all’anno e lo sfalcio delle erbe palustri non era più praticato.
Tutto ciò determinava la progressiva diffusione di specie invasive quali la cannuccia di palude, i salici, l’ontano, e la gaggia, specie esotica particolarmente aggressiva.
I terreni circostanti risultavano per la maggior parte incolti od a prato, mentre si riscontrava un ampliamento della superficie boschiva.
Le superfici agricole più basse, non più soggette ad allagamenti, erano destinate alla coltivazione intensiva di mais, particolarmente inquinante e distruttiva per il suolo.
La riparazione, da parte della Provincia, della chiusa sull’emissario ha migliorato nettamente la situazione.
Si confida che questa possa ulteriormente progredire con i lavori di recupero della parte del bacino imbrifero originale e la possibilità di ripristinare la derivazione del Pescia, attualmente allo studio.
Il taglio della gaggia su molti ettari del lago ed il recupero di molti piccoli chiari hanno comunque contribuito a migliorare le sue condizioni favorendo il ritorno delle rane e di molti uccelli acquatici.

